Un articolo pubblicato su Il Foglio¹, firmato da Maurizio Stefanini, descrive un sistema ormai strutturato: la Russia avrebbe addestrato centinaia di comunicatori e influencer per diffondere contenuti mirati in America latina, utilizzando tecniche che combinano manipolazione emotiva, selezione distorta dei fatti, teorie del complotto ed effetti di amplificazione algoritmica.
Non è tanto la notizia in sé a colpire, quanto il modello.
Un modello industriale, adattivo, capace di inserirsi nei contesti locali, di parlare linguaggi diversi e perfino opposti, pur di ottenere lo stesso risultato: polarizzare, generare sfiducia, frammentare.
Si potrebbe liquidare tutto questo come l’ennesimo capitolo della propaganda contemporanea. Ma sarebbe un errore.
Ad allarmare non deve essere la velocità o l’efficacia di queste operazioni, ma la lentezza culturale di chi dovrebbe riconoscerle.
La questione si muove almeno su due livelli:
- Sicurezza nazionale.
- Comprensione del fenomeno da parte del singolo e auto-immunizzazione.
Sicurezza nazionale. La disinformazione non è più soltanto un fenomeno mediatico: è un’infrastruttura di influenza. Agisce sui processi democratici, sulla fiducia nelle istituzioni, sulla coesione sociale. È una leva strategica. La domanda è se la stiamo già considerando tale, oppure se continuiamo a trattarla come un problema di comunicazione.
Consapevolezza del singolo. Siamo abituati a pensare alla disinformazione come a qualcosa che si riconosce: notizie false, manipolazioni evidenti, contenuti grossolani. Ma non è lì che si gioca la partita. Le forme più efficaci sono quelle che non contrastano le nostre convinzioni, che le accompagnano. Non disorientano ma confermano.
Non siamo vulnerabili perché siamo disinformati.
Siamo vulnerabili perché siamo prevedibili.
Bias cognitivi, esposizione selettiva, ripetizione: sono meccanismi noti, studiati da decenni. Oggi vengono sfruttati in modo sistematico, su scala globale. Eppure, la nostra capacità di difesa resta sorprendentemente fragile.
Se la manipolazione agisce su queste dinamiche profonde, l’immunizzazione non può essere solo tecnica. Non basta saper distinguere una fonte attendibile da una inattendibile, o riconoscere una notizia falsa. Serve qualcosa di più: una forma di alfabetizzazione mentale, capace di rendere visibili i meccanismi attraverso cui formiamo le nostre convinzioni.
Questo apre un tema che raramente viene affrontato in modo serio: quello dell’educazione. Non come aggiunta marginale, ma come direttrice strategica. Comprendere come funziona la persuasione, come operano i bias, come si costruiscono le narrazioni, dovrebbe essere parte integrante della formazione. Non per diventare immuni – cosa impossibile – ma per diventare meno permeabili.
Tutto questo è ancora più difficile in un ecosistema informativo che spesso amplifica gli stessi meccanismi che dovrebbe aiutare a comprendere.
Cosa stiamo facendo, come Paese, su questi due livelli?
E soprattutto: siamo sicuri di aver capito che il problema esiste davvero?
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NOTE
(1) Il Foglio del 02/04/2026, “La Russia addestra gli influencer alle fake news in America latina” di Maurizio Stefanini.