C’è un punto che merita di essere chiarito, senza ambiguità.
Quando esponenti dell’ANM parlano dell’esito del referendum costituzionale come di una “delega forte”, anche se “non in bianco”, introducono nel dibattito pubblico una categoria che non appartiene al lessico della Costituzione¹. Il referendum confermativo previsto dall’articolo 138 non attribuisce deleghe, non conferisce mandati, non legittima soggetti: si limita a consentire al corpo elettorale di confermare o respingere una legge costituzionale².
È dunque inevitabile porsi una domanda: in che senso l’ANM ritiene di poter parlare di “delega”?
Se si tratta di una metafora, allora occorrerebbe chiarirlo, perché il rischio è quello di suggerire — anche involontariamente — che il voto popolare esprima una fiducia politica verso un soggetto che, per sua natura, non è politico. L’ANM è un’associazione privata di magistrati, non un organo costituzionale e non un attore titolare di rappresentanza democratica.
Va evitato il rischio di slittamenti di significato che, progressivamente, ridefiniscono i confini tra ciò che è e ciò che appare legittimo. Costituirebbe un grave precedente, se non giuridico, culturale.
Se invece non è una metafora, il problema diventa più serio. Perché si attribuirebbe al referendum un significato che la Costituzione non prevede: quello di una legittimazione politica indiretta. Ma un simile significato non solo è giuridicamente infondato, è anche concettualmente scivoloso, perché tende a collocare l’ordine giudiziario — o chi lo rappresenta associativamente — in una posizione che non gli compete.
Analoghe perplessità suscitano le dichiarazioni che parlano di “proporre soluzioni” e di “riannodare il dialogo con l’interlocutore politico”. È del tutto fisiologico che il legislatore ascolti le parti interessate, comprese le rappresentanze dei magistrati. Ma altra cosa è presentarsi come soggetto che, forte di una presunta investitura popolare, rivendica un ruolo nella definizione delle regole.
Qui sta il nodo: si può essere, allo stesso tempo, un soggetto non politico e rivendicare una legittimazione politica derivante dal voto popolare? Non è forse una contraddizione?
La Costituzione disegna un equilibrio delicato tra poteri, proprio per evitare che ciascuno travalichi il proprio ambito. Difenderlo significa anche usare con precisione le parole, evitando di attribuire ai fatti significati che non hanno.
Per questo, più che indignarsi, sarebbe utile una risposta chiara: quando si parla di “delega”, di cosa si sta parlando esattamente?
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NOTE
(1) ANSA attribuisce all’uscente Cesare Parodi queste parole: “La vittoria al referendum, giunta dai cittadini, è una delega forte ma non in bianco. Non è un certificato che tutto funziona bene nella magistratura. La fiducia ci è stata concessa, dobbiamo meritarla. La magistratura non gode più di una fiducia automatica. Il cambiamento arriverà e la credibilità dipende dal comportamento che sapremo assumere come singoli e come associazione. La credibilità si misura sulla trasparenza, la coerenza. Servono segnali concreti e distanza chiara dall’opacità e contro i personalismi”. Il neo presidente Giuseppe Tango: “Da domani ci metteremo tutti al lavoro insieme agli altri attori della giurisdizione per proporre soluzioni che possano davvero migliorare la giustizia, li viviamo quotidianamente, e riannodando, se fosse possibile, quei nodi di un autentico dialogo con l’interlocutore politico”.
(2) In “Qual è il perimetro effettivo del referendum confermativo?” ponevo la questione sul piano squisitamente politico e delle possibili ripercussioni sul Governo. Chiedevo, in breve, se il referendum confermativo si fosse trasformato in un momento di verifica politica più ampia.