La cultura dello scalpo

Punto di vista

Riflessioni, opinioni e prospettive

Il caso Almasri è tornato al centro del dibattito pubblico e coinvolge anche Giusi Bartolozzi, già capo di gabinetto del ministro della Giustizia. È una vicenda complessa e disturbante, che intreccia decisioni politiche, profili giuridici e rapporti internazionali delicati.

Nel mezzo il deferimento dell’Italia, da parte della Corte Penale Internazionale, all’Assemblea degli Stati per mancata cooperazione. Ma anche la richiesta dei pm romani di rinvio a giudizio, con la maggioranza che fa quadrato intorno a Bartolozzi.

Su questo sfondo, la senatrice del Movimento 5 Stelle Alessandra Maiorino ha pubblicato un post Facebook, penosamente moralistico e manettaro:

Lo hanno fatto davvero. #Bartolozzi andrà di fronte al giudice solo se la Camera concederà l’autorizzazione a procedere. Quindi non ci andrà, la stanno scudando. Bartolozzi è accusata di aver fornito alla procura false informazioni sul caso #Almasri. La lezione del referendum non gli è bastata. Evidentemente gliene serve un’altra. E noi non vediamo l’ora di impartirgliela.

Da notare le espressioni: “Lo hanno fatto davvero”, “non ci andrà”, “la stanno scudando”, fino a “non vediamo l’ora di impartirgliela”.

La costruzione è lineare: apertura emotiva, semplificazione, giudizio, mobilitazione.
Impartire una lezione” introduce un’idea di punizione e presuppone un pubblico. Non descrive un fatto, lo anticipa sul piano simbolico.

Qui il linguaggio conta più del contenuto. A parlare è una rappresentante delle istituzioni, e il registro non è quello della responsabilità ma quello della pressione. Il caso, che riguarda scelte discutibili del governo e contesti complessi, viene ridotto a una persona. La responsabilità è colpa e si concentra, il bersaglio diventa visibile.

Questo passaggio non è episodico. È coerente con una certa impostazione politica che il Movimento 5 Stelle ha spesso espresso: una visione moralizzatrice, in cui la dimensione giudiziaria entra nel conflitto politico come leva di legittimazione.

Almasri è un criminale, ma qui non c’entra. Sto parlando del meccanismo: si costruisce attesa di punizione, si evoca la giustizia come esito desiderato, si offre al pubblico un colpevole riconoscibile. Nel tempo, questo linguaggio attecchisce. L’indignazione semplifica, unisce, orienta. Poi si normalizza.

Ci si abitua all’idea che qualcuno debba essere esposto e “pagare”. La giustizia smette di essere percepita come processo e diventa attesa collettiva di punizione da parte del censore, dell’autorità morale, dei “giusti”. Il consenso passa anche da qui.

È una dinamica che si riflette in modo speculare anche nel dibattito sul ruolo della magistratura, quando si parla di una legittimazione popolare che la Costituzione non prevede. Da un lato si evoca il popolo per rafforzare il ruolo dei giudici, dall’altro si usa la giustizia come strumento simbolico dentro lo scontro politico.

A questo si aggiunge un elemento più personale.

Si può sbagliare. Si può cadere.
Ho criticato anch’io Bartolozzi. Ma quando una persona è a terra, insistere cambia natura.

C’è una linea di confine tra il chiedere conto e il voler colpire ad ogni costo e in modo spettacolare. Superata quella linea, resta l’inciviltà di chi espone il “già reo” nudo, come vittima sacrificale, perché il popolo, predisposto al risentimento, possa sbranarlo. Il richiamo è antico: il colpevole mostrato già sconfitto e offerto a uno sguardo collettivo.

Questo linguaggio, questa attesa, questa soddisfazione nel vedere qualcuno “pagare” sono sintomi di un preciso malcostume. Di una cultura che semplifica, moralizza, polarizza. Che trasforma ogni vicenda in un’occasione per schierarsi e ogni errore in un bersaglio.

È la cultura dello scalpo.

E a questa dottrina dell’inciviltà, al di là delle responsabilità e delle opinioni politiche, è necessario opporsi.

Innanzi a questa meschina propaganda che alimenta indignazione e richiama alla punizione pubblica, il primato della politica svanisce e con esso tutti i principi di libertà, civiltà e democrazia.

Dov’è il popolo pacifico che voleva cambiare il mondo con le canzoni e con i fiori, rivoluzionario e riformista, sospeso tra sogno e utopia?
C’è chi lo vuole a scuola di rancore, per coltivare invidia, sdegno e fervente ostilità.

La lezione non gli è bastata, gliene serve un’altra e gliela impartiremo.

Vedo solo una gran folla assetata di vendetta, che attende l’ennesimo pronunciamento di condanna del Tribunale dell’Inquisizione —  bentornato! —  con la schiuma alla bocca per l’imminente esecuzione.

Mestizia.

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