Il governo è sulla graticola perché non sa costruire una narrazione alternativa

Punto di vista

Riflessioni, opinioni e prospettive

L’ultimo caso riguarda il Ministro Matteo Piantedosi e una sua presunta relazione. Potrebbe non esserci alcuna conseguenza o potrebbe emergere qualcosa di rilevante, cambia poco.

Anche questa volta un fatto, forse marginale o addirittura insignificante, viene immediatamente proiettato come “colpo di grazia” per il governo.

Gli asset dell’ecosistema mediatico del fronte del No, ancora compatto nel dare una spallata agli usurpatori post-fascisti — perché si sa, cementa più l’odio che l’amore — fanno quadrato contro il Ministro dell’Interno, reo di avere una relazione con una giovane donna, per giunta bella: circostanza che costituisce un chiaro aggravante agli occhi dei censori.

Al momento siamo nel campo del gossip. Addirittura, una testata che non cito per evitare di darle troppa importanza, scrive: “Claudia Conte avrebbe fatto coming out sulla relazione con il ministro dell’Interno Piantedosi, perché lui voleva lasciarla, e ora sarebbero in lite”.

Dal Viminale a Beautiful è un attimo.

Il dato preoccupante è che il governo di Giorgia Meloni non riesce a reagire e se ne sta lì, sulla graticola, a farsi arrostire.

Altro che Beautiful, questo è un barbeque di quelli fatti bene! Siamo del resto nel periodo delle grandi abbuffate, pasquali e primaverili. Solo che questa volta, invece dell’agnello, il sacrificio lo ha fatto Delmastro; al posto del capretto c’è Piantedosi. Per decenza, la loro e anche la mia, mi sottraggo all’obbligo della metafora carnivora con Bartolozzi e Santanché.

Del caso Bartolozzi ne ho parlato qui.

Dopo la sconfitta referendaria sono arrivate le dimissioni, le tensioni interne, i ministri indeboliti. Ma anche qui, il dato interessante non è tanto ciò che è accaduto, quanto come è stato letto e raccontato.

Le dimissioni non sono state viste come un un segnale di responsabilità e comprensione del messaggio recapitato dai cittadini, ma come un intervento tardivo e una resa.

Ogni correzione è stata trasformata in ammissione di colpa. Ogni difficoltà in prova di inadeguatezza.

Nel frattempo, il contesto è tra i più complessi degli ultimi anni: guerre aperte, tensioni internazionali, instabilità energetica, pressione economica, equilibri delicati con gli Stati Uniti, con Donald Trump, con l’Europa. Israele, Iran, Ucraina, Russia. Armi e un riarmo da finanziare. E il problema di non sforare (è sempre più facile quando si spendono soldi che non si hanno).

Meloni fa l’equilibrista meglio di un democristiano: riesce a dire no a Trump senza che questi minacci di bombardarci. È già qualcosa.

In un mondo che è del tutto nuovo, il Primo Ministro Italiano sembra più cauto e navigato di altri, sebbene non si registrino chissà quali slanci, ma almeno i rapporti sono saldi e le interlocuzioni non cessano. Non ci capisce cosa avrebbe potuto fare di più contro l’inaffidabilità di Trump, la spietata determinazione di Netanyahu, l’arsenale bellico di Putin e tutte le mine, i siluri e i sommergibili nello Stretto di Hormuz.

L’energia aumenta? È colpa del governo.
Il governo interviene? È un intervento insufficiente.
I carburanti scendono? È solo per pochi giorni.

Sembra che ogni problema sia colpa del governo, che ogni mossa sia sbagliata, che ogni esito sia negativo. Dietro a tutto questo c’è un intero ecosistema mediatico — che si è sintonizzato sulle frequenze del No — ed ha trovato nella battaglia del referendum prima terreno fertile, poi linfa vitale.

È un sistema diffuso, rapido e reattivo. È cross-platform, tra i suoi snodi ci sono professionisti “influencer” che dettano i tempi; è collaborativo al suo interno, dialogante con i partiti e altri gruppi organizzati sul territorio, ben inserito in realtà istituzionali e della società civile, in grado di parlare a audience diverse.

Un tale sistema è capace di individuare un punto debole, di amplificarlo e di mantenerlo sotto pressione. Può usare la paura, l’indignazione o l’autorità morale, ma anche attivare la macchina del fango o la modalità vendetta.

Grazie all’alleanza con l’ANM e buona parte della magistratura, in occasione della campagna referendaria 2026, questo sistema è riuscito a veicolare una narrazione a dire poco suggestiva se non fantasiosa, certamente non aderente alla realtà fattuale e soprattutto selettiva. Va riconosciuto che lo ha fatto con grande efficacia.

E dall’altra parte?

Primo e dopo il referendum, nulla è cambiato. Dall’altra parte ci sono una maggioranza e un governo incapaci di costruire una narrazione alternativa.

Occorre essere onesti: in fatto di propaganda, la manipolazione è eticamente discutibile ma del tutto legittima.

Il bersaglio della propaganda non è l’avversario politico, ma la propria base, l’audience, il corpo elettorale, i cittadini. In pratica: le persone.

Non puoi impedire a qualcuno di provare a prendersi gioco delle persone, né puoi imporre alle persone di non farsi prendere in giro, di non essere credulone, di non accompagnarsi a chiunque vogliano, fosse anche un impostore.

La forza con cui si risponde a una sollecitazione tanto virulenta si basa su quattro pilastri:

  • la bontà dell’azione politica (cosa realmente hai fatto e stai facendo di buono, che sia importante per le persone);
  • la capacità di raccontare i fatti (a partire da ciò che realmente interessa alle persone);
  • la percezione delle persone;
  • la capacità di controllo sulle variabili esterne (ovvero di intervenire sull’ambiente, di rispondere alle azioni opposte, di intervenire sui disturbi).

Per offrire una narrazione alternativa, dunque, occorre avere un ecosistema mediatico che sia pervasivo, invadente, ramificato, integrato, sempre pronto a rispondere in tempo reale, camaleontico, articolato, anche non ufficiale, in grado di parlare a un pubblico eterogeneo, con tutte le armi della retorica, ogni volta con un registro comunicativo opportuno.

Se la politica è grigia, la propaganda è nera. È sempre stato così. Nella storia, direi in ogni epoca, ci sono sempre stati dei “bravi ragazzi” che hanno giustificato il ricorso alla propaganda, talvolta spacciata per offerta politica o, persino, travestita da comunicazione persuasiva. In politica come nel marketing, cambia poco.

Nicola Gratteri, che ha una sua credibilità come magistrato che combatte le mafie ed è sotto scorta da anni, non si è fatto scrupoli ad utilizzare scorciatoie retoriche e altri trucchi per raggiungere il suo scopo, anche a costo di sottrarre ai cittadini una verità in favore di una suggestione.

Questo governo può liberare il criminale Almasri — per ragioni di Stato, per carità, mentre la Corte penale internazionale ha comunque deferito il nostro Paese all’Assemblea degli Stati per mancata cooperazione — ma non può fare una propaganda becera e strumentale almeno quanto lo è stata quella di “Travaglio & Soci”?

Perché questa maggioranza e questo governo sono rimasti al palo? Troppo sicuri di sé. Senza una strategia. Senza qualcuno che avesse il compito di studiare e spiegare i rischi.

Non hanno compreso nemmeno i rischi insisti nei meccanismi retorici, facilmente attivabili in questa situazione, tenuto conto anche dei valori in gioco, sui quali era facile speculare e su cui è stato perso il referendum.

Non hanno capito che serviva tempo per “disinnescare le bombe”, cioè per sminare il campo dalle mistificazioni che sarebbero seguite. Bisognava preparare i cittadini per tempo, non dieci giorni prima con un video di tredici minuti (buono ma tardivo). I contenuti della riforma andavano fatti digerire prima.

Non hanno fatto i conti con Trump, con i soldi spesi per le armi, con i troppi civili palestinesi morti, con le guerre che spaventano e con un clima che sarebbe stato imputato al governo.

Non hanno considerato che i giovani hanno regole d’ingaggio specifiche e che occorreva usare con loro le leve giuste.

Giorgia Meloni è il Comandante in Capo di una coalizione in cui, con buona pace di qualcuno — penso a Giorgio Mulè — era meglio se i protagonisti stavano zitti. Quando si parla in pubblico, occorre avere sia padronanza della materia che abilità specifiche di comunicazione.

Meglio che a parlare fossero Nicolò Zanon e Antonio Di Pietro. Costoro, tuttavia, per quanto si siano battuti come leoni, non avevano da soli l’eco mediatica che viene da un ecosistema strutturato. Non avrebbero potuto fare ricorso a “cose estranee alla loro storia”, né avrebbero dovuto fare un lavoro che spettava ad altri.

Acclarato quale fosse lo scenario, era proprio necessario proporre la riforma in questi termini, senza preparazione, rischiando il referendum e anche l’affossamento del tutto a tempo indeterminato?

(Sulla sconfitta: “Era un centro di gravità permanente”.)

È stato un errore pensare che bastasse controllare alcuni canali tradizionali, tv e reti amiche, qualche giornale schierato. Oggi non basta più perché la narrazione si costruisce anche nei flussi digitali, nei commenti, nella ripetizione, nella velocità, nella sistematica ridicolizzazione dell’avversario, nella delegittimazione continua.

Qualunque cosa accada viene assorbita in un racconto già scritto. È una dinamica selettiva e spietata, martellante, ossessiva e polarizzante.

E allora, il caso Piantedosi non è di per sé rilevante, è solo l’ultimo per qualche ora o giorno, ne seguiranno altri, potenzialmente idonei a erodere credibilità e consensi.

Quando tutto andava bene, il governo appariva solido, compatto, inattaccabile. Ma quella forza era anche figlia del contesto.

Ora che il contesto è ostile, emergono i limiti. Non di un ministro o di una singola scelta infelice, ma di una “parte politica” che non ha costruito gli strumenti per reggere l’impatto di un ecosistema mediatico avverso, accettando di restare esposta.

E infatti resta lì, sulla graticola.

 

 

 

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