Una parte significativa del mondo culturale e intellettuale, tradizionalmente associato alla sinistra, sembra oggi svolgere una funzione che storicamente non gli apparteneva: la difesa dell’ordine esistente.
Per lungo tempo, l’intellettuale è stato percepito come figura di rottura. Criticava le istituzioni, era una voce controcorrente, interprete del cambiamento.
E ispirava la società civile. Tre esempi su tutti.
- Il movimento operaio italiano tra anni ’60 e ’70, culminato nello Statuto dei lavoratori.
- Il movimento per i diritti civili, con figure storiche come Martin Luther King Jr., che portò alla fine della segregazione legale e a leggi storiche come il Civil Rights Act.
- Il Maggio ’68, in seno al mondo studentesco e intellettuale, che contestava autorità, istituzioni e modelli culturali tradizionali, non sempre con esiti chiari, ma che certamente mise in discussione tutto ciò che era dato per immutabile.
Oggi, sempre più spesso, accade il contrario.
Lo stesso mondo culturale che si rappresenta come progressista interviene nel dibattito pubblico per preservare assetti consolidati, per scoraggiare modifiche, per invitare alla prudenza quando non all’immobilismo.
Non si tratta di una postura episodica, sembra quasi un cambio di ruolo: da forza di trasformazione a garante simbolico della continuità.
Questo atteggiamento non nasce necessariamente da un’analisi dei problemi, ma spesso da un riflesso identitario.
È il momento in cui la verità smette di essere ciò che accade e diventa ciò che non incrina l’identità.
Ci si raccoglie attorno a parole chiave, simboli, categorie morali: democrazia, diritti, inclusione, antifascismo. Temi importanti, certo. Ma sempre più spesso utilizzati in modo astratto, scollegato dalla complessità dei fenomeni concreti.
Nel recente dibattito referendario, ad esempio, alcune prese di posizione hanno mostrato questa dinamica in modo evidente: slogan, semplificazioni, campagne simboliche affidate anche a figure del mondo dello spettacolo.
Qui non si discute il merito della scelta, ma come quella scelta viene costruita e comunicata. Direi, persino, giustificata.
Il tratto più interessante e discutibile è forse questo: una parte dell’intellighenzia ha una difficoltà crescente a confrontarsi con la realtà nella sua dimensione concreta e contraddittoria.
Su temi complessi — immigrazione, sicurezza, marginalità sociale — il racconto tende spesso a ridursi a una chiave unica, tipicamente morale e quindi cocciutamente ideologica: le cause sono sempre esterne, le responsabilità sempre altrove, i fenomeni sempre letti in modo unidirezionale.
La complessità viene compressa dentro una narrazione coerente con l’identità di partenza. Chi prova a introdurre elementi di realtà — anche evidenti, anche documentabili — rischia di essere immediatamente ricondotto a una categoria morale negativa.
Chi solleva il problema ed evidenzia una tale complessità, viene istantaneamente bollato come ignorante, rozzo, intollerante, fascista, razzista; e chi più ne ha più ne metta.
Contemporaneamente, pare che non si possa più essere di sinistra senza essere giustificazionisti.
In questo quadro, anche la dimensione politica sembra aver progressivamente smarrito una parte della propria funzione riformista.
Viene quasi in mente, per contrasto, l’ironia del personaggio di Palmiro Cangini, che rivendicava la coerenza come valore assoluto.
Oggi, al contrario, la coerenza sembra non essere più una necessità: si può continuare a definirsi forza di cambiamento anche quando si opera, nei fatti, per preservare l’esistente.
Questa dinamica non è isolata, anche della narrazione. Fa parte di un ecosistema più ampio in cui politica, cultura, informazione e produzione simbolica si rafforzano a vicenda:
- il mondo culturale legittima certe narrazioni;
- la politica le recepisce e le amplifica;
- i media le diffondono;
- il sistema nel suo complesso le consolida.
In questo circuito, il riconoscimento reciproco, all’interno di quell’ecosistema, diventa un elemento centrale.
Non si tratta necessariamente di un disegno consapevole; è più probabile che sia un meccanismo spontaneo di autoconservazione.
Un ulteriore elemento aiuta a capire il fenomeno. Una parte rilevante di questo mondo vive all’interno di condizioni di relativa stabilità e benessere: ha accesso a reti, istituzioni, circuiti culturali; ha possibilità di visibilità e riconoscimento; gode di forme dirette o indirette di sostegno pubblico.
Non è di per sé un problema ma produce un paradosso: chi vive dentro a tutto questo, diviene incapace di mettere il discussione quello stesso sistema che rende possibile il benessere e le prerogative di cui gode.
È una dinamica sottile, che non riguarda una sola area politica e che, in forme diverse, attraversa tutta la società.
Non c’è nulla di nuovo. Nella storia delle società, le élite culturali nate come avanguardie tendono, una volta integrate, a trasformarsi in custodi dell’ordine esistente.
Che ciò stia accadendo anche adesso è certo; ciò che dovremmo domandarci è quanto chi ne è parte ne sia consapevole.
E, soprattutto: è ancora possibile oggi, per il mondo culturale, tornare a svolgere una funzione autenticamente critica, non verso un avversario politico, ma verso la realtà stessa?
Un possibile equivoco però va chiarito.
Il conservatorismo, nella storia politica, è stato tradizionalmente associato alla destra: difesa dell’ordine esistente, delle istituzioni, della continuità.
Ma il conservatorismo, prima ancora che una posizione politica, è una funzione sociale. Ogni gruppo integrato in un sistema tende, nel tempo, a difenderlo.
È in questo senso che il fenomeno osservato appare meno contraddittorio di quanto sembri: non è la sinistra a diventare altro da sé, ma una parte delle élite culturali a svolgere, oggi, una funzione conservatrice.
Il rapporto tra il mondo descritto — che non è solo faccenda da intellettuali — e le strutture di potere dentro cui si forma e si consolida, anche in termini di cultura e narrazione, infine, è un livello che meriterebbe un discorso a parte.